L’Origine di un Obbligo Perpetuo
Il fascicolo archivistico relativo all’eredità di Giuseppe del Frate ci trasporta nella Toscana del XVIII secolo, illustrando le complesse dinamiche che potevano sorgere dalla gestione di lasciti testamentari legati a obblighi religiosi. La vicenda narra di un fedecommesso istituito in memoria di Giuseppe del Frate, defunto in un periodo precedente al 1640. Suo figlio, Marco del Frate, abitando a Spicchio, fondò un Oratorio dedicato alla Madonna della Neve, dove si impegnavano a celebrare tre messe settimanali – il mercoledì, il venerdì e la domenica – per l’anima del padre.
L’obbligo di celebrare tali messe, con un’elemosina di “crazie dieci”, fu perpetuato nel tempo e gravò sul patrimonio della famiglia. Nel 1770, alla morte di Giovanni Battista del Frate, fratello di Marco e anch’egli figlio di Giuseppe, il patrimonio di Casa del Frate fu interamente vincolato a questo fedecommesso. Il documento specifica che l’obbligo ricadeva “a voi Eredi Fidecommissari / et a quelli, che di tempo in tempo, e di mano in mano succe / deranno in d.o Fidecommisso sempre ed in perpetuo”. L’adempimento di tale dovere era rimesso “nella Coscienza delli sud.ti Eredi”. Le celebrazioni continuarono “fino al 1740 in circa”, anno in cui la famiglia si trasferì da Spicchio ad abitare in Pontedera, segnando l’inizio di nuove complessità nella gestione del legato.
Conflitti, Economie e la “Coscienza” del Legato
Il trasferimento e il mutare delle condizioni economiche innescarono un aspro contenzioso. Gli eredi lamentavano “difficoltà economiche che rendono insostenibile il mantenimento delle celebrazioni come stabilito”. L’informatore, figlio di Niccolò del Frate (il quale morì “decotto” nel 1759), si trovò al centro di questa disputa. Un punto cardine della controversia fu l’interpretazione del legato da parte del Dottor Tellucci (o Bellucci), cognato di Giovanni Battista del Frate, il quale aveva dichiarato che l’obbligo delle messe fosse un “semplice consiglio, e non Obligo”. Tale interpretazione, pur se vigorosamente contestata dall’informatore (“il Dottore Vellucci era un Asino”), divenne un argomento cruciale nella difesa degli eredi.
Le tensioni sfociarono in aperto conflitto con il Prior di Spicchio, il quale, in più occasioni, “ha cercato di ostacolare la celebrazione delle messe”. Di fronte alle continue resistenze del priore, l’informatore si risolse a impartire al suo cappellano l’ordine di celebrare le messe nei giorni feriali, una decisione presa con il consenso del suo confessore e l’approvazione del Monsignore Arcivescovo di Firenze. La sua giustificazione era chiara: “tanto conta una Messa in giorno feriale quanto in giorno festivo”. Nonostante i successivi ricorsi del Priore all’Arcivescovo, l’operato dell’informatore venne approvato, il che, come annotato, gli evitò ulteriori inquietudini per un certo periodo.
La Difesa Legale e l’Eredità Morale
La disputa, tuttavia, non si esaurì. L’informatore si preparava a un “secondo Giudizio”, convinto di dover difendere la sua posizione in tribunale, anche in considerazione delle difficoltà economiche della sua famiglia, composta da “undici compresa la servitù con una sorella nubile in Casa, ed una maritata”. Il suo procuratore, il Dottor Niccolò Lazzerini, fu incaricato di sostenere la causa. Il fulcro della difesa risiedeva nel fatto che l’obbligo del fedecommesso era stato esplicitamente rimesso “nella coscienza degl’Eredi”, un dettaglio testamentario che egli riteneva dovesse sgravare da un rendiconto troppo stringente e dalla rigidità delle pretese ecclesiastiche, specialmente in giorni festivi per il “comodo al Popolo di Diecimo ed ai Popoli circonvicini”.
Questo fascicolo rappresenta una testimonianza significativa del XVIII secolo in Toscana, delineando il conflitto tra gli obblighi testamentari e le reali capacità economiche degli eredi. La storia della famiglia Del Frate, con i suoi ricorsi a Roma presso la Sacra Penitenzieria e le sue contese con le autorità locali ed ecclesiastiche, offre uno spaccato delle sfide nella gestione di un’eredità che mescolava virtù religiose, memoria familiare e la dura realtà delle finanze personali. È il racconto di un erede che, pur mosso da “scrupolo” di coscienza, si trovò a lottare per bilanciare il desiderio di onorare i defunti con la necessità di salvaguardare il futuro della propria famiglia.