Storia locale · 17 Maggio 2026

Una Dote Contesa per Decenni: Montopoli e le Liti Familiari del Settecento

di Angiolo Gherardini
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Montopoli, fulcro di un’annosa vertenza dotale

Nel Settecento, le dinamiche familiari e patrimoniali erano intrinsecamente legate a complessi meccanismi legali e contabili. Il fascicolo in esame, risalente al XVIII secolo, offre una prospettiva privilegiata su tali pratiche, ponendo la località di Montopoli al centro di una disputa dotale protrattasi per decenni. I protagonisti di questa vicenda sono da un lato gli eredi creditori, le famiglie Vannucci e Damucci (o Danucci, Danuej), esplicitamente indicate come “di Montopoli” o “Niccolò q[uondam] Danucci di Montopoli”, e dall’altro l’obbligato principale, Marco Del Frate. Il legame con Montopoli è ulteriormente rafforzato dalla presenza, tra gli attori notarili che hanno siglato o attestato parte dei documenti, di Jacobus Cecianus, un notaio pubblico “Montopolensis”. Questo sottolinea non solo il radicamento delle famiglie creditrici nel territorio, ma anche il coinvolgimento della comunità legale locale nella risoluzione di tali pendenze.

La dote di Angiola Del Frate: un debito da 1000 scudi

La controversia affonda le sue radici in un contratto matrimoniale del 26 novembre 1691, che prevedeva una dote di 1000 scudi per Angiola Del Frate. La somma, da versare in parte subito e in parte dopo tre anni, divenne oggetto di una lunga contesa quando emersero discrepanze nei conteggi. Il fascicolo documenta dettagliatamente i tentativi di ricostruire il debito residuo attraverso numerosi calcoli manoscritti di “dare e avere”, tenendo conto di un primo versamento di 400 scudi e pagamenti successivi tra il 1692 e i primi anni del Settecento. Le contestazioni si accesero intorno al 1739, vertendo principalmente sul calcolo degli interessi, fissati al 4% annuo, sulla corretta imputazione di alcune partite e sulla data di cessazione della maturazione dei frutti, legata alla morte di Angiola. Marco Del Frate, la cui famiglia è anche citata come Del Prato, Del Fraba o Il Grave, impugnò formalmente i conteggi avversari, definendoli erronei e basando la sua difesa sulla clausola “Salvo ogn’ errore” apposta a una precedente ricognizione del debito.

Dalla lite alla transazione: una risoluzione extragiudiziale

La fase contenziosa del 1739 vide la produzione di atti giudiziari presso il magistrato di Pisa, con Marco Del Frate che presentava le sue difese e avanzava domande riconvenzionali. Parallelamente, una significativa corrispondenza privata, in particolare a firma di Francesco Maria Prato/Pratesi, rivela le intense trattative per giungere a un accordo extragiudiziale, esprimendo la frustrazione per la complessità della vicenda e il desiderio di chiudere la pendenza per una somma forfettaria. La lunga disputa trovò il suo epilogo finanziario con il pagamento dell’intera somma concordata di 240 scudi, testimoniato da una ricevuta del 21 luglio 1752, con cui gli eredi Vannucci confessarono di aver ricevuto il saldo. La chiusura formale della vertenza, durata oltre sessant’anni, fu sancita da una scrittura privata di transazione datata 5 gennaio 1759, che stabiliva l’accordo amichevole e l’estinzione di ogni pretesa passata. Il fascicolo offre così un vivido spaccato delle pratiche finanziarie, delle procedure legali e delle modalità di risoluzione delle dispute familiari nella Toscana del Settecento, con Montopoli come punto di riferimento geografico e familiare.