La contesa sui censi dell’asse ereditario Marrucci
Tra il XVII e il XVIII secolo, lo Stato Pisano fu teatro di una complessa e longeva disputa legale legata all’eredità di Domenico Marrucci. La controversia, documentata in un fascicolo d’archivio che copre gli anni tra il 1639 e il 1755, trae origine dai “censi” costituiti dal Marrucci a metà del Seicento. Nel sistema finanziario dell’epoca, il censo era un prestito perpetuo o redimibile garantito da ipoteca su beni immobili. Alla morte del debitore, la frammentazione del patrimonio e i successivi passaggi di proprietà diedero inizio a un concorso tra i creditori per stabilire la priorità di riscossione dei rispettivi capitali e dei frutti accumulati.
I principali attori della contesa giudiziaria furono la Prioria di Villa a Saletta (rappresentata nel tempo dai priori Giulio Bimbi e Francesco Maria Lami), la Venerabile Confraternita dei SS. Jacopo e Filippo di Alica e la signora Lucrezia Ferrini. Quest’ultima era entrata nella causa come cessionaria dei diritti della Prioria dopo aver subito un’evizione sui beni da lei acquistati, che erano risultati gravati dai censi originari del Marrucci. Sull’altro fronte si trovavano i possessori dei beni ereditari, in particolare le famiglie Pandolfi e Mattoni (indicata anche come Maltoni), impegnati a difendere le proprie acquisizioni dalle pretese dei creditori.
La sentenza definitiva del 1744 e l’immissione nei beni
Dopo decenni di citazioni, esami testimoniali e memorie difensive prodotte nei tribunali di Palaia e Firenze, la vertenza giunse a un punto di svolta il 12 agosto 1744. In quella data, il Podestà di Palaia, Clemente Giuseppe Ricciolini, emanò la sentenza definitiva che stabiliva la graduatoria ufficiale dei creditori sull’asse ereditario:
«Diciamo, pronunciamo, dichiariamo e Sentenziamo essere in primo luogo creditrice detta Sig.ra Guercia [Lucrezia] Ferrini nel grado di scudi 1212 […] ed in secondo luogo […] la Ven.le Compagnia di SS. d’Aliga di scudi settanta in sorte d’un censo […] ed in terzo luogo il detto Sig. Francesco Maria Famini [Lami] […] di scudi sessantatré soli per un censo…»
Per soddisfare tali crediti, il tribunale ordinò l’immissione coattiva dei vincitori nel possesso del podere “Matraja”, un terreno olivato e vitato situato nel territorio di Palaia. Il bene, all’epoca detenuto dal Tenente Alessandro Pandolfi, doveva essere trattenuto dai creditori loco pignoris (in pegno) fino al totale soddisfacimento dei debiti o alla sua vendita all’asta pubblica. La sentenza colpì anche Filippo Mattoni, possessore di una cantina con stalla e cigliere oggetto della medesima esecuzione.
Il Bando sull’Estimo del 1755: la risposta dello Stato al disordine catastale
La vicenda Marrucci mette in luce le enormi difficoltà pratiche nel rintracciare i beni ipotecati e i legittimi proprietari, spesso causate da registrazioni catastali incomplete o dolosamente omesse. Per porre rimedio a questo disordine, che danneggiava le finanze pubbliche e gravava ingiustamente i contribuenti più poveri, il 21 maggio 1755 venne emanato un importante bando granducale per lo Stato Pisano. Il provvedimento imponeva a chiunque possedesse beni immobili di registrarli all’estimo (il catasto dell’epoca) a proprio nome entro quattro mesi, pena pesanti sanzioni pecuniarie.
La legge stabiliva inoltre che, in caso di compravendita, donazione o eredità, la voltura catastale dovesse essere eseguita entro un mese, pena la perdita del dominio sul bene stesso. L’inclusione di questo bando all’interno del fascicolo processuale dimostra come la riforma fiscale mirasse proprio a sanare le lacune burocratiche che per quasi un secolo avevano alimentato liti infinite come quella sull’eredità Marrucci.