Il ruolo di Peccioli nella tutela delle pinete granducali
Tra il 1759 e il 1763, l’Uffizio dei Fossi di Pisa istruì un rigoroso procedimento amministrativo e giudiziario per il taglio abusivo di oltre 170 pini selvatici e la successiva messa a coltura di un terreno boschivo. La vicenda, pur gravitando attorno al territorio di Partino nel comune di Palaia, trova un importante punto di snodo nel territorio di Peccioli. La ricostruzione d’archivio mostra infatti come il terreno originario, venduto in precedenza da Filippo Monti, fosse passato nelle mani di Argento Bastiani, residente proprio a Peccioli, il quale lo cedette successivamente ai fratelli Domenico e Francesco Serragli di Palaia quando l’area era ancora interamente boscata.
Sempre a Peccioli risiedeva il Cavaliere Armieri, proprietario di una locale villa, il quale anni prima aveva tentato di acquistare i medesimi pini per realizzare alcune palificate sul fiume Arno o Era. La sua istanza al granduca per ottenere la necessaria licenza di taglio non ottenne tuttavia la sperata approvazione imperiale, a testimonianza del rigido controllo esercitato dalle magistrature toscane sulle risorse forestali dell’epoca.
La perizia dell’Arsenale e la filiera commerciale del legname
La denuncia ufficiale, presentata il 10 aprile 1760 dalla guardia delle pinete Antonio Giuseppe Ceppetti, attivò una meticolosa ispezione sul campo effettuata nell’agosto del 1759 dai maestri d’ascia dell’Arsenale di Pisa, Giuseppe Bacci e Pietro Bini. I periti quantificarono il danno in un numero compreso tra 174 e 177 pini selvatici abbattuti circa due anni prima dell’ispezione. Gli esperti riconobbero la natura selvatica della specie esaminando la rugosità delle cortecce rimaste sulle ceppaie e raccogliendo pigne e pinaccioli selvatici nell’area.
Le deposizioni dei testimoni consentirono di ricostruire l’intera filiera commerciale. Il taglio e l’acquisto del legname vennero gestiti da Luca Maiolfi di Santa Croce, il quale vendette successivamente circa 89 pini alla Comunità di Forcoli per la manutenzione delle sponde del fiume Roglio. Per rassicurare gli acquirenti, il Maiolfi aveva sottoscritto una specifica obbligazione privata:
Io qui sottoscritto… mi obligo in caso di qualunque difficoltà da incontrarsi con li Illustrissimi Signori surrogati dell’Offizio e Magistrato di Pisa di rilevarlo indenne d’ogni e qualunque danno potesse incorrere…
La conversione agraria e gli esiti giudiziari
Oltre al prelievo illecito di legname, l’inchiesta evidenziò il reato di dissodamento non autorizzato. Subito dopo l’abbattimento dei pini selvatici, i lavoratori dei Serragli provvidero a dissodare il suolo boschivo, eliminando la vegetazione spontanea di ginepri e ginestre per piantare viti, olivi, fagioli e saggina. Tale radicale trasformazione del paesaggio da boschivo ad agricolo costituiva una grave violazione delle norme demaniali.
Il procedimento penale giunse a formale imputazione il 10 giugno 1761. I fratelli Serragli vennero accusati di aver autorizzato il disboscamento abusivo e la vendita di alberi demaniali, mentre a Luca Maiolfi fu contestato il taglio non autorizzato di pini selvatici e di circa dieci pini domestici. Nel giugno del 1763, Domenico Serragli si presentò davanti al tribunale respingendo ogni addebito e nominando il fratello Francesco come garante per la propria difesa.